IT WELCOME TO DERRY 

L'orrore che nasce dal rimosso.



Premessa necessaria: la miniserie televisiva It (Tommy Lee Wallace, 1990) è un prodotto fortemente segnato dal proprio contesto storico. Non si tratta soltanto di un’opera datata sotto il profilo estetico, ma di un testo che rivela una certa difficoltà a confrontarsi con le trasformazioni stilistiche e concettuali che hanno investito l’horror negli ultimi decenni — un genere tutt’altro che marginale, anzi, fondativo nell’evoluzione del linguaggio cinematografico. È alla luce di questo scarto che la nuova serie HBO, It: Welcome to Derry, pone alcune questioni cruciali: riesce davvero a emanciparsi dall’immaginario anni novanta cui l’opera di Wallace resta saldamente ancorata? E, soprattutto, lo spostamento del focus — dall’amicizia adolescenziale in chiave quasi Goonies a una riflessione più ampia sullo spazio urbano di Derry — è sufficiente a conferirle una reale dimensione autoriale?

Se la serie dichiara programmaticamente di voler mettere al centro lo spazio urbano, occorre riconoscere per Jason Fuchs e Brad Caleb Kane Derry è anzitutto un luogo morale prima che geografico. Non semplicemente una cittadina, dunque, ma uno spazio psichico collettivo in cui la coscienza sociale si struttura attraverso dinamiche di rimozione — in senso freudiano, ma non solo. Tuttavia questa dimensione perturbante, quasi astorica, entra in evidente tensione con la scelta di inscrivere la vicenda entro snodi precisi della storia statunitense, dalla segregazione razziale alla crisi dei missili di Cuba. Ora, un luogo morale — come l’Inferno dantesco o la Loggia Nera di Twin Peaks — tende per definizione a sottrarsi alla temporalità storica. Quando invece lo si ancora a coordinate storiche così marcate, il rischio è che l’operazione appaia più programmatica che organicamente necessaria al racconto. Da qui il dubbio: siamo di fronte a un autentico approfondimento tematico o piuttosto a un innesto forzato, funzionale a conferire una patina di rilevanza storica?

Questo dubbio, a mio avviso, può essere sciolto solo adottando una terza prospettiva interpretativa, meno rassicurante ma forse più coerente. Il conflitto narrativo acquisisce senso se si considera la sostanziale non-dualità tra Pennywise e lo spazio cittadino. Una lettura del genere — più vicina a certe matrici culturali asiatiche, meno inclini alla separazione netta dei fenomeni rispetto alla tradizione occidentale — costringe a riconoscere ciò che spesso la lettura convenzionale rimuove: Pennywise non è semplicemente l’antagonista, ma il principio regolatore della vicenda. Il suo ritorno ciclico ogni ventisette anni, scandito da una coerenza quasi rituale, contrasta con l’incoerenza degli esseri umani, la cui esistenza appare dominata proprio dall’orrore del rimosso o dalla volontà di non vedere. In questa prospettiva, il clown non è tanto il mostro quanto la personificazione stessa del rimosso: un orrore informe, indecifrabile, e proprio per questo destabilizzante.

Del resto, una paura che possiede un nome può essere affrontata: quella priva di forma, sottratta alla simbolizzazione, lascia il soggetto radicalmente solo. Ma il punto più scomodo è un altro. Non è il mostro a generare l’orrore, bensì la collettività che lo rende possibile attraverso una sistematica pratica di rimozione. Continuare a leggere Pennywise come semplice entità maligna rischia dunque di essere non solo riduttivo, ma anche ideologicamente rassicurante, perché consente di proiettare il male all’esterno senza interrogarsi sulle responsabilità collettive.

Sebbene questo principio perturbante non sia del tutto inedito nel panorama audiovisivo, in It: Welcome to Derry esso viene articolato con una forza espressiva capace di produrre una tensione narrativa significativa. La serie si configura così come un gioco di incastri tra i macro-meccanismi della storia — mai completamente elaborabili — e le dinamiche di una comunità fondata sulla rimozione sistematica del trauma. Ne emerge una lettura volutamente poco consolatoria: Derry non è soltanto il luogo in cui l’orrore accade, ma il contesto culturale che lo produce e lo perpetua.

Ed è forse proprio questo il nodo che una parte della critica continua ostinatamente a non voler vedere. Non solo perché anche l’horror seriale, soprattutto quando si colloca nel circuito dell’industria culturale (parliamo pur sempre di una produzione HBO distribuita in Italia da Sky), tende a rispondere a esigenze consolatorie del pubblico, ma anche perché la critica di massa contemporanea, per sopravvivere nel medesimo ecosistema, fatica a distaccarsi davvero da tali dinamiche. Il risultato è spesso una lettura che addomestica il perturbante anziché interrogarsi sulle sue implicazioni più scomode.


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Claudio Suriani Filmmaker