X: A SEXY HORROR STORY (2022) DI TI WEST - Ma chi volete prendere in giro!!!!
Esiste una linea sottile che divide la citazione dal plagio ed è data dalla capacità del regista di far proprie le caratteristiche generali di un’opera per rielaborarle in chiave personale. E’ un lavoro che richiede sia una profonda conoscenza del mondo a cui ci si ispira (in questo caso il cinema exploitation) sia grandi capacità nella scrittura e nella messa in scena.X: A sexy horror story di Ti West fallisce miseramente in entrambe le sfide in quanto non solo la trama è identica, nella sostanza, a Non aprite quella porta (Tobe Hooper, 1974) ma arriva a usarne le stesse scelte formali. Iniziamo dalla trama: un gruppo di giovani è in viaggio in furgone per raggiungere una determinata meta (nel film di Hooper la comitiva si dirige presso la tomba di due fratelli della comitiva - Sally e Franklin – mentre nel film di Ti West il gruppo si accinge a girare un film pornografico).
In entrambe le pellicole si arriva presso una grande casa isolata dal centro cittadino per imbattersi in personaggi poco raccomandabili (Leatherface nel film di Hooper e l’anziano Howard nel film di West). Nel cinema horror mainstream è prassi affidarsi a topos narrativi codificati nel tempo (come la casa isolata – luogo dei peggiori crimini – o a giovani donne indemoniate – simbolo dell’innocenza violata); Ti West riesce ad andare oltre proponendo persino le stesse inquadrature: un corridoio in profondità di campo con il protagonista pronto a far emergere l’orrore in tutta la sua forza.
Naturalmente il finale non può che essere in linea con tali elementi: una fuga disperata dei sopravvissuti dalla banalissima mattanza che il mostro di turno andrà a perpetuare. Un ulteriore elemento che rende questo film al limite dell’insopportabile è una meta-cinematografia del tutto fine a sé stessa: tematica proposta in mille chiavi diverse da autori ben più importanti di Ti West ( da Effetto notte – François Truffaut, 1973 – passando per Irma Wep – Olivier Assayas, 1996 e, per rimanere in ambito horror, Cannibal Holocaust – 1980, Ruggero Deodato) . Abbiamo analizzato nelle passate recensioni come ogni opera, una volta completata, si stacchi dall’autore per acquisire una realtà autonoma ed indipendente (il caso di Melancholia – Lars Von Trier, 2011 – presentato al 64’Festival di Cannes ne è un esempio decisivo) e di come quest’autonomia instauri un dialogo aperto con i capolavori non solo del genere di riferimento ma del cinema in generale.
E’ un procedimento analitico inconscio ma decisivo. Inconscio perché la nostra mente funziona per associazioni e accostamenti – non sempre dettati da riflessioni metodiche – tuttavia determinanti affinchè la natura riflessiva dello spettatore entri nella struttura stessa dell’opera generando diversi significati possibili. Tale procedimento si attua anche sui diversi formati in cui si vedono le opere (il buio della sala attua una serie di processi psicoanalitici descritti da Cristian Metz (Cinema e Psicoanalisi – Marsilio – Cinema, 2002) mentre su un supporto come il DVD avviene un vero e proprio montaggio intellettuale tra le sequenze dell’opera, opera stessa e contenuti extra (per un approfondimento rimando alla recensione di Un’ora sola ti vorrei, Alina Marazzi, 2002). La meta-cinematografia di West risulta stucchevole e del tutto priva di interesse: non solo parliamo di un topos narrativo sfruttato fino al midollo ma appare come un metodo per dare alla pellicola un tono di autorevolezza del tutto privo di sostanza .Inoltre la scelta di inserire la pornografia all’interno della trama appare come un tentativo di compiacere lo spettatore medio: un utente del tutto privo di interesse per il cinema e che si approccia a un’opera del genere per soddisfare la propria indole voyeurista. Se negli anni 60 e 70 la pornografia rientrava nell’universo del cinema in quanto le pellicole erano basate su una scrittura e un evidente potenzialità creativa (mi riferisco a registi come Joe D’Amato, Gerarde Damiano, Radley Matzger e persino Andy Wharol); l’esplosione di internet e della banda larga ha portato i produttori a non investire più nel valore creativo delle opere riducendo questo mondo a mere sequenze di sesso del tutto autoreferenziali.
Ti West non ha il coraggio né di realizzare un’opera estrema come la Vomit Gore Trilogy (Lucifer Valentine, 2006, 2008, 2010, opera che combina horror e pornografia a livelli talmente estremi da essere insostenibili) né di sviluppare una propria identità registica affidandosi a luoghi comuni talmente sfruttati da aver perso ogni possibile significato.
In conclusione: se hai 15 anni e vuoi vedere belle donne massacrate è il film che fa per te ma se hai anche solo un neurone pensante tieni questa pellicola e debita distanza.
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Claudio Suriani Filmmaker